Più solidarietà nel sistema delle pensioni

(di Maurizio Benetti e Mauro Marè – Corriere della Sera)

Proposta: un fondo per l’equità previdenziale a vantaggio dei giovani che non matureranno le cifre dei padri

La proposta di riforma del sistema pensionistico dell’Inps solleva diversi aspetti interessanti che è opportuno approfondire. La prima domanda è perché si vuole tornare indietro dalla riforma del 2011? Essa ha innalzato l’età di pensionamento: si è ritenuto che questa fosse la strada obbligata per rafforzare la sostenibilità economica del sistema, aumentando gli anni di lavoro, riducendo quelli di pensione, quindi la spesa pensionistica. È la soluzione scelta da quasi tutti i Paesi Ocse. L’Italia con questa riforma ha riguadagnato molta credibilità in ambito internazionale, un capitale politico che non possiamo sprecare. Un ritorno al passato riaprirebbe la questione della sostenibilità economica.

Indubbiamente la riforma si scontra con le condizioni attuali del mercato del lavoro, con i giovani che faticano a trovare un’occupazione e non hanno carriere continuative, con l’espulsione dei soggetti a partire dai 55 anni, prima del limite dei 66 anni e più in prospettiva. Questa espulsione attiene però essenzialmente il mercato del lavoro e va affrontata con strumenti specifici di questo mercato — Aspi, formazione, solidarietà attiva, ecc. — e comunque con un contributo chiaro delle imprese, che ne sarebbero le sostanziali beneficiarie; eventualmente prevedendo misure aggiuntive di fiscalizzazione.

Chiedere al sistema pensionistico di porre rimedio a questo problema, con forme occulte di prepensionamento o di tutela reddituale di disoccupati anziani è chiaramente sbagliato. Una flessibilità di tre anni non risolve comunque il problema degli over 55 espulsi dal mercato del lavoro, né si può certo pensare di estendere la flessibilità a più anni. La flessibilità se circoscritta ai cosiddetti lavoratori «demotivati» è di fatto un regalo a chi può permettersi di andare in pensione prima. Il problema vero sono i lavoratori «espulsi» a cui non bastano i tre anni di flessibilità; questa in quanto tale non va a favore dei giovani ma degli anziani.

La questione cruciale del nostro sistema pensionistico non è tanto la flessibilità, quanto la dissociazione con il mercato del lavoro — carriere stabili e regolari non esistono più — che impedisce alle future generazioni di maturare una pensione adeguata. Inoltre anche se riassorbita sul piano attuariale dopo 20-25 anni, anticipare una pensione, anche con una penalizzazione, non comporta nel breve un risparmio ma un aumento di spesa, che determina un nuovo disavanzo. In ogni caso, più imposte per gli attivi e le giovani generazioni. E non è vero come si è affermato che «il vero bersaglio di queste e altre critiche mosse al pacchetto Inps è l’idea stessa di prevedere interventi sui trattamenti pensionistici in essere». Al contrario, condividiamo che lo si possa (e forse deve) fare ma il diavolo è nei dettagli, dipende come lo si fa!

Tramontata l’idea di un ricalcolo in base ai contributi versati (stima del gap tra contributi versati e pensione maturata), visto che non sarebbe possibile per mancanza di dati certi — sarebbe molto apprezzato che ci venisse riconosciuto questo punto dopo anni di insistenza… — il documento Inps propone un ricalcolo basato sull’anzianità di pensionamento. Pensionandosi in anticipo rispetto all’età di vecchiaia, il lavoratore in regime retributivo usufruisce della pensione per un periodo più lungo e, quindi, essa andrebbe ricalcolata per motivi di equità.

Non si capisce però perché debbano essere penalizzate solo le pensioni sopra una certa soglia e salvate le pensioni baby del pubblico impiego e quasi tutte le pensioni di anzianità maturate prima dei 55 anni. È difficile politicamente toccare le pensioni basse e medie, ma questo contrasta con il principio di equità intergenerazionale. Inoltre, tutte le pensioni di magistrati, docenti universitari e dirigenti del pubblico impiego, che vanno in pensione a tarda età si salverebbero dal ricalcolo. Infine, è costituzionale un ricalcolo delle pensioni secondo criteri diversi dal momento in cui si è andati in pensione, senza invece considerare l’età a cui si è cominciato a lavorare?

Si è deciso molti anni fa di integrare le pensioni pubbliche con le pensioni complementari, ma ciò potrà avvenire solo per chi ha un lavoro/reddito regolare che gli permetta di risparmiare per questi fini. Per chi non li ha, la pensione complementare non ci sarà, né sarà adeguata quella pubblica. Va quindi esplorata l’idea di un fondo per l’equità previdenziale, chiedendo cioè un sacrificio a tutti i pensionati (o, come suggerito dalla Corte Costituzionale, a tutti i redditi) sopra una certa soglia, che offra una pensione di base per integrare i trattamenti più bassi, finanziato da un contributo di solidarietà sulle pensioni o sui redditi più elevati (se necessario dalla fiscalità generale). E ora di reintrodurre una componente solidaristica nel sistema

Non sarà l’ultima riforma delle pensioni… sia che la si voglia fare per cassa, sia per equità!